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Primo incontro con il prof. John Davis su un tema di scottante attualità
Si è svolto ieri, giorno 2 Ottobre 2007, presso l’Auditorium dei Benedettini a Catania, il primo di tre incontri sulla questione meridionale, tenuto dal professore John Davis dell’Università del Connecticut (Usa). Dopo una breve introduzione del prof. Di Stefano, docente di filosofia e storia al Liceo Classico “M. Cutelli” di Catania, e un saluto di Alfio Patti, giornalista presso “Scuola Insieme”, rivista con la cui collaborazione si è svolto l’incontro, prende la parola l’ospite americano che, parlando in un perfetto italiano con marcato accento inglese, comincia a delineare il problema meridionale, ricordando in primis di non essere né un economista né tantomeno un politologo, ma semplicemente uno storico. L
a lezione comincia con
l’inquadrare storicamente e statisticamente la questione meridionale: qualche anno fa, spiega Davis, era diventato di moda anche nel Mezzogiorno negare l’esistenza di una questione meridionale. L’Europa stava vivendo un periodo di grandi crisi e cambiamenti (crollo dell’URSS e del muro di Berlino, Tangentopoli, Mani Pulite, attentati di Falcone e Borsellino), quando si cominciò a parlare della fine di un sistema che aveva soffocato il Mezzogiorno: sembrò che si aprisse un nuovo capitolo per la storia del Meridione. Tuttavia, niente di quanto promesso o vociferato è stato mantenuto; prendendo spunto da un articolo del giornalista del “Sole 24 Ore” Alessandro De Nicola, che esponeva una sua riflessione su certi commenti fatti dal governatore di Bankitalia Mario Draghi durante la sua ultima relazione annuale sull’economia italiana, a Giugno di quest’anno, il prof. Davis ci ha letto qualche dato solo per avere un’idea della disparità tra Nord e Sud: il 20% dei ragazzi meridionali a 15 anni è in uno stato di povertà di conoscenze che ne segnerà negativamente le chance di impiego; il 4 affibbiato a uno studente del Nord equivale a un 6 o anche ad un 7 di un ragazzo del Sud; se per alcune sentenze al Nord si arriva a 500 giorni di attesa, nel Sud si può arrivare anche a 1500 giorni. Nel frattempo è uscita la relazione annuale della SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), ente di grande importanza per il Sud, fondato nel 1946, diventato il “cervello dirigente” della politica economica straordinaria del Sud per incentivare la produzione industriale. La SVIMEZ produce delle statistiche che, benché come tutte vadano vagliate con spirito critico, sono comunque svolte con processi statistici tra i più moderni e sono particolarmente significative. Il rapporto del 2007 permette di constatare che, nell’arco degli ultimi 5/6 anni (in cui si è registrata una fase di stasi nella crescita italiana e una di ripresa dal 2004), la crescita del Sud è stata minore della crescita del Nord, a sua volta minore della crescita degli altri Paesi europei. L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, non è più concorrenziale nei mercati internazionali come un tempo. Nel meridione la crescita degli ultimi anni è dovuta alle grandi industrie (stabilimenti FIAT e industria aeronautica, ad esempio), al di fuori di esse c’è un declino in tutto, coniugato con la mancanza di una rete di comunicazione tra esse e il resto delle attività e dei vari settori lavorativi. Manca poi un consistente investimento delle grandi imprese internazionali, tramite il quale si potrebbe, come nel caso del boom economico dell’Irlanda, incentivare e migliorare l’economia. E infine è stato registrato anche un basso tasso di occupazione, soprattutto giovanile. Il tasso di disoccupazione è molto alto, molto più delle medie europee, e allo stesso tempo oggi il Mezzogiorno produce molti meno laureati nelle scienze di qualsiasi paese europeo, anche di quelli entrati da poco nell’Unione Europea. E proprio questi stessi paesi, come è risultato dalle statistiche della SVIMEZ, hanno avuto dei ritmi di crescita molto più forti del meridione italiano: dal 2001 al 2006 la crescita dell’economia meridionale è stata del 1,4/1,5%, tre volte inferiore a quella della Spagna, quattro volte inferiore all’Irlanda e alla Grecia. C’è quindi la necessità di inserire la questione meridionale in un contesto non solo italiano, ma anche europeo, perché il Mezzogiorno non è riuscito a rispondere alle spinte dell’Unione Europea, le quali hanno fatto migliorare molte economie di paesi che sembravano partire da posizioni più deboli di quella del Sud. Nel futuro, perciò, si deve pensare anche ad un politica europea e non solo nazionale. Questi dati ci aiutano a capire la gravità della questione meridionale oggi, nonché l’impossibilità di negarne l’esistenza, e valgono per tutto il Mezzogiorno (persino l’Abruzzo che è la regione più sviluppata del meridione rimane molto al di sotto delle regioni centro-settentrionali meno sviluppate). Quando si cerca di confrontare la situazione del Mezzogiorno non sempre risulta facile trovare un secondo termine di paragone: in ogni paese e in Italia in particolare ci sono sempre stati squilibri regionali, ma da nessuna parte il divario è stato così prolungato nel tempo. Spesso, i vari squilibri sono nati a seguito di conflitti socio-religiosi, che però, in Irlanda ad esempio, sono stati messe da parte in nome di uno sviluppo economico comune. Ma in Italia non c’è mai stato un problema religioso. Il secondo incontro è previsto per oggi pomeriggio (3 ottobre 2007) dalle 16.00 alle 18.00 nell’aula 01 dei Benedettini.
Fabio Giuffrida |