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Nel secondo incontro sulla questione meridionale, il prof. Davis traccia una storia dello sviluppo di essa. Si comincia dall’unità d’Italia, un avvenimento che sembrava logico, ma ciononostante inaspettato: proprio a partire dal 1860 si può parlare di vera e propria questione meridionale. Prima poteva esserci uno squilibrio tra Nord e Sud, ma il fatto che esso abbia continuato ad esistere nel tempo, anche dopo l’unità d’Italia, senza ottenere grandi miglioramenti, porta alla costituzione di una vera e propria questione meridionale. Significativo è però che negli anni dell’unità la più grande industria metalmeccanica del Paese si trovasse a Napoli e che le più importanti industri tessili si trovassero nel Sud. Quindi, se il problema non era prettamente di tipo produttivo, da cosa era generato? Il punto è che le industrie italiane, e in particolare quelle del Mezzogiorno, data la loro condizione di subalternità nei mercati internazionali, erano
particolarmente deboli, risentendo così per prime e in maniera particolarmente forte delle crisi internazionali che travagliarono quegli anni. Gli ultimi anni dell’Ottocento segnarono un’epoca di grandi crisi, nate quando i prodotti dell’America del Nord cominciarono ad arrivare nei mercati europei: si verificò un crollo disastroso dei prezzi in tutta Europa. Tra il 1896 e il 1915 emigrarono, cercando vita migliore, circa 6.000.000 di italiani, in particolare meridionali. Si pose perciò all’attenzione di tutti il problema del meridione e fiorì in questo periodo una ricca letteratura meridionalista, nella quale spicca il nome di Francesco Saverio Nitti, che si rese conto della necessità di creare anche nel Sud le basi dell’industrializzazione moderna. Il primo capitolo della questione meridionale si chiude con la Prima Guerra Mondiale. Una volta terminata, in Italia si instaurò il regime fascista e Mussolini dichiarò di avere posto fine alla questione meridionale. Ma in realtà, gli anni Trenta/Quaranta furono tra i più neri nella storia di tutta Italia, e in particolare del Mezzogiorno. La situazione peggiorò ulteriormente quando nel 1922 gli Usa decisero di porre fine all’eccessive immigrazioni: non poteva più funzionare così neanche questa valvola di salvezza. Tra il 1920 e 1940 perciò si verificò una grande espansione demografica. Nel frattempo il meridione dovette sopportare anche il peso della politica coloniale fascista, che causò una nuova ondata migratoria, stavolta verso l’Africa settentrionale, e le scelte del regime che, per motivi economici, esportò molti prodotti del Sud in Germania, provocando così numerose carestie. La situazione diventa insostenibile tanto che si giunse ad una episodio insolito: nel 1940 i latifondisti (e non i contadini!) scioperarono per manifestare il loro disagio e malessere. Nel 1940/45, in piena guerra, nell’Italia teatro di attività belliche, tale malessere sembrò farsi più raro. Con la nascita della Repubblica il problema tornò in superficie, e significativo è il fatto che i due romanzi italiani più conosciuti e tradotti nel mondo di quel periodo fossero incentrati sulla (stereotipata) arretratezza del Mezzogiorno: Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi. In quegli anni risolvere la questione meridionale sembrò una priorità politica, e ottenne consensi da molte parti. Ci fu, infatti una presa di coscienza da parte di tutti che la rinascita di un’Italia democratica dipendeva anche dal superamento del problema del Mezzogiorno. Questa era peraltro la visione gramsciana, secondo la quale i fallimenti e la mancata rinascita democratica dei moti risorgimentali erano dovuti alla presenza, nel Sud del Paese, di una classe fondiaria retrograda, che aveva soffocato le aspirazioni democratiche. Nel dopoguerra si fecero sempre più frequenti gli scontri tra le forze politiche e i contadini, tali da suscitare la preoccupazione di De Gasperi e degli Usa che, vedendo la minaccia di una possibile guerra civile e, soprattutto, d un’infiltrazione comunista nelle province meridionali, si decisero ad impegnarsi direttamente nella ripresa economica dell’Italia. Una particolare attenzione venne dedicata al Mezzogiorno, per aiutare il quale vennero elaborati numerosi progetti e fu spesa dagli Usa una quantità di denaro maggiore rispetto a quella impiegata nella ripresa delle altre economie europee. Tuttavia, dopo un momento di ripresa, nel 1970 si ritornò al punto di partenza. La questione meridionale persiste ancora oggi, seppure in forme diverse rispetto a quelle del passato. Fabio Giuffrida |