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Nel terzo e ultimo incontro dedicato alla questione meridionale, il prof. Davis espone in merito alle sue ultime considerazioni. L’economia italiana, spiega il professore, è una grande economia a livello mondiale, ma è tuttavia fondata eccessivamente sui settori tradizionali, laddove c’è un deficit nell’innovazione dei settori più avanzati, e mancano le infrastrutture che possano facilitare il trasporto delle risorse. A risentire dei disagi economici del Paese è soprattutto il Mezzogiorno, che sin dall’unità d’Italia non riuscì ad integrarsi del tutto, né tantomeno a difendersi, in quella nuova Italia che, per mettersi al passo con le più grandi potenze industriali europee, si dedicava essenzialmente alla politica economica del Nord. Non va però dimenticato
il contributo del Mezzogiorno nel Risorgimento né che, a partire dal 1870 (e in particolare dopo la cosiddetta rivoluzione parlamentare del 1874), esso divenne il fulcro dell’economia italiana. Tra l’altro, in quel periodo si verificarono i primi scontri sociali, ma la presenza nel Sud Italia di una classe politica che reprimeva ogni tentativo di movimenti politici fu un elemento fondamentale della politica conservatrice dello Stato. E proprio il rapporto tra la politica meridionale e la politica dello Stato fu il bersaglio dei meridionalisti del periodo. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la situazione non cambiò molto: ci fu una ripresa della contestazione sociale, ma i grandi proprietari la soppressero. Essi si organizzarono intorno al partito fascista, diventandone una delle parti costitutive più importanti. Dopo il Ventennio e il secondo conflitto mondiale, la situazione nel Meridione era poco atta ad un miglioramento. Si verificò una ripresa dei moti di protesta, che ebbero poi dei risvolti politici significativi. La scena politica del secondo dopoguerra fu dominata dal partito della Democrazia Cristiana, che cercò di controllare il più attentamente possibile i moti del Mezzogiorno, grazie anche all’appoggio degli Usa e della Chiesa: si temeva che si potesse verificare anche in Italia ciò che era accaduto in Grecia (dopo una feroce guerra civile, si impose la dittatura comunista di Tito). Negli anni 70/80 si verificò quello che era già successo prima della Prima guerra Mondiale: il Mezzogiorno divenne serbatoio di voti per il governo, che concesse privilegi a quelli che riuscivano a fornire i voti dei meridionali. Quella della corruzione divenne poi una caratteristica della politica italiana. E la DC, che governò con delle coalizioni sempre più grandi, si trovò costretta a concedere sempre più numerose concessioni a partiti politici e personalità varie per mantenere quei fragili equilibri. I soldi per il Mezzogiorno vennero così deviati per scopi politici. Simbolo e strumento di questo vizioso sistema politico divenne l’appalto. Tale situazione è rimasta pressoché invariata fino agli anni Novanta, quando cominciarono degli anni ancora più difficili, caratterizzati da un’espansione aggressiva della criminalità organizzata. Alla fine, conclude il prof. Davis, è sempre un problema politico quello che ha generato e continua a far persistere la questione meridionale, è un problema dei partiti politici che rappresentano le esigenze del Mezzogiorno e i rapporti tra essi e lo Stato, che da alcuni meridionalisti è stato criticato perché, nel corso dei decenni, avrebbe cercato di intervenire esageratamente nella suddetta questione, impedendo però la libera concorrenza e la libera imprenditoria meridionale. La realtà è che non esiste una vera e propria politica per il Mezzogiorno, che ha ancora bisogno delle basi adatte su cui costruire un adeguato processo di industrializzazione e rapida ripresa economica. Con la richiesta ai giovani che si trovavano nell’aula di proporre una loro soluzione, un loro punto di vista sulla questione meridionale, richiesta a cui rare sono state le risposte, si è chiuso il seminario. Fabio Giuffrida |